venerdì 16 dicembre 2022

Silent Night, Deadly Night 5: The Toy Maker (1991)


Impagabile horror natalizio con Mickey Rooney.

Quinto capitolo della bislacca saga inaugurata da Charles Sellier Jr. ancora una volta patrocinato dal buon Brian Yuzna.

C-A-P-O-L-A-V-O-R-O. Non si può utilizzare altro termine per uno dei film più assurdi, improponibili, deliranti mai  proposti in ambito orrorifico. Già un film che comincia con un giocattolo assassino raffigurante la faccia incazzata di Babbo Natale non può non accendere la miccia nel cinefilo amante del cinema horror in tutte le sue sfumature. Se poi aggiungiamo che il villain della situazione è interpretato nientemeno che da Mickey Rooney allora l’ammirazione si trasforma in amore puro ed incondizionato. Rooney nel film si fa chiamare Joe Detto e fa il giocattolaio. Ha una figlio strambo che si chiama Pino. Capito l’antifona? Il film di Kitrosser non prende nemmeno per un attimo in considerazione la svolgimento slasher per strutturarsi subito come favola natalizia con tanto di bambino che perde l’uso della parola dopo aver assistito alla morte violenta del padre, ucciso da un giocattolo.

Martin Kitrosser dimostra di conoscere bene tutti i luoghi comuni del genere (non a caso è script supervisor di grande fama, avendo collaborato con Quentin Tarantino praticamente in tutti i suoi film, senza contare la saga di Venerdi 13 nei capitoli 3,4,5) girando dignitosamente con un look ancora saldamente ancorato all’estetica anni ottanta; certo il ritmo viene spesso a mancare e molte scene di raccordo fanno  calare la palpebra, ma non preoccupatevi, come in ogni horror che si rispetti, la scena destinata a entrare nella storia del genere è proprio dietro l’angolo e, in questo caso, lo spettatore viene ricompensato con una iconica sequenza di omicidio in cui due sbarbatelli si scambiano focose effusioni di fronte ad un pubblico di soli giocattoli. Soldatini, carri armati, macchinine radio comandate, financo un Superman farlocco, circondano la giovane coppia che riceve pure le attenzioni di un braccio meccanico con tanto di mano insinuantesi nelle terga del giovane stallone. Imperdibile. Cultissimo. Cialtrone, con effetti speciali del surrealista Screaming Mad George.

Non è finita. Il plot si trascina in qualche modo verso il gran finale, non che ci sia molto da capire o svelare, ma il twist posto giusto all’epilogo è materiale da far tremare i polsi dell’appassionato; il buon vecchio Mickey Rooney, vestito da Santa Claus, è in realtà un robot. Nel senso che si toglie la faccia rivelando una matassa di circuiti cibernetici. Tutto vero. In realtà si scopre che il figlio Pino(cchio) è un cyborg costruito dal sedicente Geppetto/Joe Detto che si è animato di vita proprio uccidendo il padre e sostituendolo di fatto. Un vero e proprio Pinocchio cibernetico, che tenta di farsi pure la madre del piccolo protagonista. Delirio assoluto. Un caposaldo della cinematografia horror/natalizia. Ci si diverte, si sbadiglia, si rimane a bocca aperta, tutto nello stesso momento. A suo modo, geniale, tenendo conto delle debite influenze di un classico incompreso come Halloween III. Il film uscì direttamente per il mercato home video il 7 novembre 1991 distribuito dalla Live Home Video. Il 9 dicembre 2009 la Lionsgate ha commercializzato un cofanetto comprendente pure il terzo e il quarto capitolo del franchise, purtroppo oggi fuori catalogo. Da consegnare ai posteri.

Originariamente pubblicato su Horror.it il 24/12/2011.

martedì 3 maggio 2022

Paulo Roberto Cotechiño, centravanti di sfondamento (1983)


Dopo il grande successo della serie "Pierino" ad Alvaro Vitali non mancarono le occasioni di diventare protagonista principale della commedia ottantesca. Fulgido esempio ne è questo Paulo Roberto Cotechiño, Centravanti di Sfondamento, in cui Arvaro nostro si sdoppia in due ruoli, il campione brasiliano del titolo (scoperta parodia di Falcao) e l'idraulico Alvaro Cotechino, ingaggiato da una copia peggiorativa di Bearzot, Marzotti (Cristiano Censi) allenatore del Napoli, per sostituire il giocatore sfruttandone la incredibile somiglianza.

Francesco Milizia e Nando Cicero giocano in casa, tanto per restare in tema, e scrivono per Luciano Martino un copione su misura per Vitali che con il senno di poi finisce con l'assomigliare al Maradona/Ron Jeremy di Cicciolina e Moana "Mondiali", il cui rimando non è tanto campato in aria visto che Moana, nel film di Cicero, compare per la nostra e la vostra gioia, dividendo la scena nientemeno che con Franca Valeri, proprio nel ruolo di un'adescatrice che ha il compito di sfiancare sessualmente i giocatori. Nel bis italico non si butta via niente. Chi apprezza, da queste parti può trovare una summa della commedia italiana dei primi anni ottanta. Era il periodo in cui le commedie sul calcio godevano di un certo successo e Cicero contribuisce da par suo con una serie di gag che vanno dallo scatologico allo slapstick, con Alvaro ed il grande Mario Carotenuto protagonisti assoluti, più la solita parata di caratteristi sempre graditi a chi scrive, ma non solo, quali Vittorio Marsiglia (il direttore d'albergo), Enzo Andronico (lo jettatore), Nino Terzo e Tiberio Murgia. I quali, Terzo e Murgia, sono protagonisti della svolta inaspettata (più o meno) del plot, nel ruolo dei briganti sardi che al posto di Spadolini, decidono di rapire Cotechino.

Per chi scrive Nando Cicero rimane il più personale dei registi della commedia italica tendente verso il basso (fu anche autore di western pregevoli come Il Tempo degli Avvoltoi e Professionisti per un Massacro, oltre che aiuto regista per Francesco Rosi) e i suoi film, i migliori come i meno riusciti, sono spesso calati in un'atmosfera surreale che li rende oggetti a sé stanti nel mare magnum del bis italico (vedi L'Assistente Sociale Tutto Pepe [1981] con Nadia Cassini). Se in Paulo Roberto Cotechiño il plot prevalentemente incentrato sul mondo del calcio imbriglia un poco le redini del regista, ciò non vuol dire che non si possa assistere ad una serie di gag assurde come quella in cui Alvaro e Carotenuto sono alle prese con un distributore automatico di vivande molto particolare, tutta la parte dell'anonima sarda e i siparietti in cui Franca Valeri si fa scarrozzare in sedia a rotelle, armata di doppietta, nientemeno che dal mitico Bobby Rhodes in doppiopetto nel ruolo di Mandingo. Per il resto, Carmen Russo agita culo e tette ma non si concede più di tanto all'occhio filmico lasciando il povero Alvaro/Cotechiño in panne e costretto a chiedere un passaggio ad una squadra di calcio di sole donne, facendosi uno e trino perché vi incontrerà la sua controparte femminile. Da ricordare la presenza di Alfonso Tomas (Alfonso Mostacci, 1928-2005) nel ruolo dell'arbitro, attore teatrale e caratterista comico ricordato da una legione di appassionati per la sua performance strepitosa in Vieni avanti Cretino (1982) di Luciano Salce, nel ruolo del Dr. Tomas, il datore di lavoro pieno di tic di Lino Banfi.

Originariamente pubblicato il 13 giugno 2012 su "Le Recensioni di Robydick".

mercoledì 9 marzo 2022

Hellraiser: Revelations (2011)

 


Una vecchia recensione apparsa su Horror.it nel lontano 2011. 

Nono capitolo della saga barkeriana imbastito dalla Dimension Films solamente per non perdere i diritti di sfruttamento del franchise, in vista del tanto strombazzato remake.

Dodici giorni e trentamila dollari. Il buon Garcia, che non è un cagnaccio ma un onesto regista di prodotti direct to video (Return to the House on Haunted Hills, Mirrors 2) con passato da effettista per Stuart Gordon, ha fatto quello che ha potuto. Quando non sia ha nulla, si deve per forza fare di necessità virtù, e il regista si sforza di rendere interessante una storia che è già morta in partenza, con la coppia di giovani debosciati che durante una vacanza in Messico, regolarmente ripresa con videocamera digitale, si ritrova per le mani la famigerata “configurazione dei lamenti” o scatola di LeMarchand. I due scompaiono misteriosamente (?), così ritroviamo le rispettive famiglie a cena a chiedersi le motivazioni di questa sparizione. Il film è tutto qua, girato tra due stanze e qualche set improvvisato che possa in qualche modo rappresentare la dimensione ultraterrena dei cenobiti, con gli effetti speciali di Gary J. Tunnicliffe (anche sceneggiatore) a chiudere il cerchio. Non c’è Doug Bradley, a cui pare sia stata inviato lo script solo pochi giorni prima delle riprese, sostituito dal carneade Stephan Smith Collins, pure doppiato, che si impegna ma è inguardabile.

Gli hardcore fan della saga probabilmente odieranno questo filmetto alla follia, visto che in confronto a questa delirante produzione, i film di Rick Bota (regista dei tre capitoli precedenti) sembrano dei blockbuster, mentre gli amanti dei film poveri , zoppicanti, sporchi e bastardi, apprezzeranno il clima da produzione terzomondista che si respira nel film di Garcia, buttato nella fossa dei leoni dai babbei della Dimension che non avevano interesse alcuno nella realizzazione di questo film, a parte il fatto di girarlo in fretta e furia per non vedersi scippati i diritti. Il che ci porta al sottile fascino decadente che questo Hellraiser: Revelations emana a più riprese, vero e  proprio “pezzo di cinema” perso in una sorta di terra di nessuno produttiva, non voluto, non richiesto, fagocitato dal mercato video e irrimediabilmente sbertucciato da critici, addetti ai lavori e da Clive Barker stesso, che, come noto, da anni ripudia questi “figli della colpa” partoriti dalla pellicola del 1987.

Destino beffardo, visto che Garcia ha voluto e cercato di omaggiare a più non posso proprio il capostipite della saga, con il “corpo cattivo” che si veste con la pelle del ”buono” seminando dubbi e distruzione nel nucleo familiare. Omaggio rozzo, povero e, forse, fuori tempo massimo che ad ogni modo sarebbe troppo facile stroncare senza pietà. Il capitolo peggiore della serie? Sicuramente, ma impossibile non amarlo almeno un poco. Senza esagerare.

Originariamente pubblicato il 28/12/2011 su Horror.it.

venerdì 25 febbraio 2022

Nekromantik 2 (1991)


Nekromantik 2: Die Rückkehr der Liebenden Toten (1991)

Jorg Buttgereit. Siete avvertiti. O si ama o si odia a morte. Se avete già visto il prototipo Nekromantik, allora sapete in cosa vi state cacciando. Nel caso contrario meglio prenderlo con le pinze, questo Nekromantik 2.

Che cosa c'è di meglio di una storia d'amore malata e delirante? Una storia d'amore malata e delirante in cui il protagonista è morto e la protagonista è una necrofila felice della sua condizione; senza giudizi morali o spiegoni introduttivi, il regista tedesco entra subito nel vivo (si, vabbè) della vicenda, mostrando al pubblico l'amplesso post-mortem tra Monika e il fu Rob (Daktari Lorenz) del precedente capitolo in puro stile Buttgereit, ovvero compiaciuto, squallido, disturbante, con un sottile contrappasso ironico che rende il tutto ancora più deprimente. Monika gode copulando con il cadavere di Rob. Una sera al cinema conosce Mark (Mark Reeder), un doppiatore di film porno con cui intreccia una relazione. Buttgereit non ci crede neanche un po', e infatti le immagini idilliache dei due fidanzatini al luna park e allo zoo, sono di un sarcasmo che cola letteralmente dallo schermo come i liquidi del disfacimento organico del cadavere. Quando Mark poi scopre il pene del cadavere conservato nel frigo su un piatto, allora si capisce subito dove si andrà a parare.

Non c'è alcuna possibilità per Mark, la biondocrinita Monika M. (così accreditata, non bellissima, ma capace di calamitare l'attenzione di chi scrive per tutto il metraggio, avvistata in un altro film di Buttgereit, Schramm) non ha rimorsi né dubbi sulla moralità delle sue azioni, anzi il suo "universo", dal suo punto di vista, ha tanta dignità quanto quello del partner occasionale Mark, orripilato dal fatto che la ragazza guardi con le amiche delle videocassette in cui si vedono delle foche vivisezionate. Immagini sgradevoli, sporche, sgranate, anche se meno amatoriali rispetto al prototipo, che traghettano lo spettatore fino alle deliranti immagini della copula finale, cultissima, pornografica al punto giusto, promessa e rimandata per tutto il metraggio. Unica chiusura possibile per la pellicola di Buttgereit, che non è di facile visione, sia per questioni di ritmo che per soggetto e confezione.

Chi conosce il cinema del famigerato tedesco, apprezzerà. Gli altri meno. Molto meno. Prendere o lasciare. Tutto il cinema di Buttgereit è esperienza emicranica e destabilizzante, ma da visionare almeno una volta per toccare con mano la filmografia di un autore eccentrico, famose sono le conferenze stampa imbastite dal buon Jorg, capace di cose comunque interessanti come Schramm (1993), lucida e (trucida) biografia di un killer seriale, per chi scrive il suo film migliore, ma anche di infami sequenze di scopate con i morti con sottofondo pianistico e intimista. Consigliato, comunque.

Nel 1991 la pellicola fu addirittura sequestrata dalle forze dell'ordine in Germania. Oggi il dittico si trova senza troppe difficoltà in Dvd, tramite la Barrel Entertainment e in combo Dvd/BluRay edito da Cult Epics nel febbraio 2015. Buttgereit è autore di programmi radiofonici e ha curato e diretto la versione teutonica del musical Gabba Gabba Hey con le musiche dei Ramones. E' tornato al cinema con l'antologico German Angst nel 2015 con Andrea Marschall e Michal Kosakowski.

Originariamente pubblicato su "Le Recensioni di Robydick" il 7/11/2011.

giovedì 20 gennaio 2022

Blood Diner (1987)


Uno pseudo seguito di Blood Feast per gli amanti dei sanguinacci.

Quanta ignoranza in questo Blood Diner. Nel senso buono del termine, se mai ce n'è stato uno. Visto al cinema tantissimi anni fa, rimasi deluso (anzi, mi pare che mi incazzai proprio) perché il film non era quello che mi aspettavo, ovvero uno slasher violento e crudele speziato con un tocco di cannibalismo, così tanto per gradire. 

Non mi accorsi ai tempi del substrato cultuale/underground portato di peso sul set da Jackie Kong e da Michael Sonye (sceneggiatore e frontman degli Haunted Garage) né tantomeno mi immaginavo chi cazzo fosse il protagonista, Carl Crew. Ovvero un pazzo fottuto. E se un interprete, come avviene durante alcune bizzarre congiunzioni di pianeti, riesce a contaminare una produzione in modo tale da lasciare un marchio quasi indelebile sul risultato,  non saprei quale altro testimone chiamare alla sbarra, se non il vecchio Carl Albert Crew classe 1961,Vostro Onore.

Al di là del gigantesco omaggio a Blood Feast e in generale al cinema brutto, sporco e imbecille di H.G. Lewis, il parto della Kong (una specialista di prodotti in bilico tra la Serie B più becera e la Serie Z vera e propria, tanto per mettere qualche etichetta) è un coacervo di demenzialità e horror da discount talmente consapevole e felice di esserlo da sublimare la sua arroganza in qualcosa di simile alla ilarità, termine orribile ma non riesco a trovarne uno migliore e non ho intenzione di utilizzare piacevolezza, perché di piacevole non c'è quasi nulla da queste parti. Anzi, forse è una delle pellicole più luride, idiote, appiccicose mai prodotte negli anni ottanta.

La storia dei fratelli Tutman, Michael (Rick Burks) e George (Crew), indottrinati dallo zio al culto della dea Sheetar, è proprio tutta qua; una serie di omicidi in apparenza violentissimi con le vittime che sembrano non sentire dolore alcuno, il tutto impregnato da un aria scanzonata che rende l'atmosfera ancora più morbosa. E se l'osso d'oro va consegnato d'ufficio ai due detective che indagano sul massacro di un gruppo di cheerleaders in topless (Roger Dauer e LaNette LaFrance, portata di peso davanti alla cinepresa per la sua somiglianza con Janet Jackson e mai più richiamata) il plauso del pubblico va tutto al vecchio Carl Crew, svitato figlio di puttana amante del wrestling e delle Fiji Mermaids nonché fondatore del California Institute of Abnomalarts. Guardatelo mentre cucina o investe bikers sprovveduti sempre con quel ghigno da malato di mente in gita di piacere. Grandissimo finale con raggi laser che scoperchiano crani e uno dei baracchini di cibo d'asporto più schifosi che la memoria cinefila sia in grado di ricordare. DVD Lionsgate del 2011 e Blu-ray sempre edito dalla Lionsgate per la collana Vestron Video Collector's Series.

Originariamente pubblicato su "L'Osceno Desiderio" il 15/11/2015.

martedì 4 gennaio 2022

Bad Dreams (1988)


Brutti sogni per la splendida Jennifer Rubin, in questo ottimo clone della serie "A Nightmare on Elm Street".

Sulla scia dello strepitoso successo di Nightmare 3- I Guerrieri del Sogno (1987) di Charles “Chuck” Russell, usciva nel lontano 1988 questo piccolo film prodotto da Gale Ann Hurd,  (già produttrice affermata di Terminator e Aliens - Scontro Finale), affidata all’esordiente Andrew Fleming, anche sceneggiatore insieme a Steven E. De Souza.

Si parte con il suicidio di massa di una setta di hippies orchestrata dal santone Harris (Richard Lynch) figura fortemente ispirata sia a Charles Manson che al Rev. Jim Jones, famigerato artefice del “massacro della Guyana”. Il leader della setta battezza gli adepti con un mestolo di benzina al posto della tradizionale acqua santa, per poi dare fuoco a tutti quanti, la giovane Cynthia compresa, che, miracolosamente ma non troppo, secondo le leggi hollywoodiane naturalmente, sopravvive per cadere in un coma profondo che durerà tredici anni. Una volta svegliatasi, la giovane (interpretata dalla bellissima Jennifer Rubin), si troverà a fare i conti con una realtà che non riesce a comprendere e in cui non si riconosce, terrorizzata dalle continue visioni del vecchio Harris, orribilmente sfigurato, che sembra avere la capacità di spingere al suicidio tutti i pazienti vicini a Cynthia. Solo il Dr. Karmen (nientemeno che il Bruce Abbot di Re-Animator) tenterà di trovare una spiegazione ai suicidi/omicidi.

Impossibile non pensare al plot di Nightmare 3, di cui fu scelta una delle co-protagoniste (la Rubin, la guerriera punk del film di Russell), di cui la pellicola di Fleming ricalca anche l’ambientazione ospedaliera con il gruppo di pazienti del reparto psichiatrico decimati uno ad uno da una misteriosa presenza che si materializza  come un essere ustionato in grado di manipolare le menti dei protagonisti.

Niente per cui gridare allo scandalo, poiché il film di Fleming ha una sua dignità e una confezione di tutto rispetto che lo rendono una tappa obbligata per i cultori del cinema horror anni ottanta che inevitabilmente guardava al successo della saga cinematografica di maggior richiamo durante quel periodo storico. Difficile fare i conti con un personaggio multimediale come Freddy Krueger senza cadere nel ridicolo o nella scopiazzatura becera, tuttavia questo Bad Dreams (in Italia Vivere nel Terrore) risulta ancora godibile grazie  al villain della situazione, un grande Richard Lynch, attore che gli appassionati non possono ignorare, sempre a suo agio in ruoli di volta in volta truci e/o sgradevoli, qui particolarmente ispirato e, soprattutto, non presente in scena ogni due minuti, scelta registica che permette di mantenere una certa ambiguità per tutta la pellicola, lasciando dubitare lo spettatore delle facoltà mentali della protagonista.

Se poi aggiungiamo qualche sequenza splatter piuttosto riuscita, vedi la pioggia di sangue e frattaglie sul tecnico riparatore o il giovane paziente schizofrenico che si infilza la mano, allora la pietanza diventa ancora più speziata, anche in virtù di un ottimo cast che comprende  Dean Cameron (il “Motosega” di Summer School-Una Vacanza da Ripetenti di Carl Reiner) e un attore navigato come Harris Yulin, psichiatra se possibile più svitato dei pazienti stessi.

Consigliato a tutti gli amanti del cinema anni ottanta, con tutti i difetti e le ingenuità che inevitabilmente questi film si portano dietro, Vivere nel Terrore è un piccolo cult da riscoprire in cui i mai sopiti fantasmi degli anni settanta tornano a perseguitare i giovani degli anni ottanta, forse troppo poco spirituali e edonisti per meritare una vita senza sacrifici. Ma tranquillizzatevi tutti, c’è il vecchio santone Harris, plagiatore di anime candide, a mostrare loro la via. Nel finale originariamente concepito, girato e montato ma scartato, Cynthia ritorna con il Dr. Karmen a Unity Fields, la casa del massacro, per affrontare un’ultima volta la “famiglia” del mefistofelico Harris che “ucciderà” definitivamente con un pugnale, raccolto nell’ultimissima scena da una mano scheletrica palesemente manovrata con un bastone. Molto meglio quello utilizzato, che si chiude con Sweet Child o’ Mine dei Guns N’ Roses.

Originariamente pubblicato su "Horror.it" il 26/10/2011. 

sabato 1 gennaio 2022

Ruby (1977)


Horror dimenticato del grande Curtis Harrington.

Ruby di Curtis Harrington potrebbe facilmente essere scambiato per una sorta di Carrie al Drive-In, niente di più sbagliato, visto che si tratta di L'Esorcista al Drive-In. Una volta chiarita questa importantissima questione, è bene precisare che la pellicola non gode di particolare considerazione da parte di addetti ai lavori e appassionati, ingiustamente per chi scrive, visto che il parto di Harrington, pur non essendo un capolavoro imprescindibile, si ritaglia una sua piccola (molto piccola) nicchia in ambito exploitation per via di una certa malcelata ambizione produttiva e, soprattutto, per le interpretazioni sopra le righe di Piper Laurie e della posseduta Janit Baldwin.

Se vi pare poco, guardatevi gli occhioni da cerbiatta di Leslie (la Baldwin) mentre si dedica con passione alla ginnastica artistica grazie all'interesse del defunto padre, il gangster Nicky Rocco (Sal Vecchio) ucciso dai suoi compari durante un romantico interludio con la cantante in dolce attesa Ruby Claire (Piper Laurie) e tornato per reclamare tremenda vendetta contro gli esecutori materiali e i presunti mandanti dell'agguato, utilizzando il corpo della figlia (nata la notte dell'omicidio e rimasta muta a causa del parto prematuro) come strumento di morte. Più o meno.

In questo caso, il valore aggiunto è l'ambientazione all'interno del drive-in gestito da Ruby, un vero e proprio microcosmo in cui si consumano i bizzarri omicidi (gli scagnozzi colpevoli del massacro lavorano tutti al cinema!) e che Harrington utilizza per lanciare una non proprio velata polemica nei confronti del cinema di "consumo" (sullo schermo scorrono le chilometriche gambe di Allison Hayes in Attack of the 50 Foot Woman, 1958) tramite il personaggio di Ruby, ex artista depressa e alcolizzata rimasta imprigionata negli anni trenta.

Questo dualismo tra cinema classico e horror esorcistico (o di possessione) è la ragione principale dello scorno critico riservato a Ruby, per molti un film spazzatura, per altri un oggetto non identificato dei tardi settanta in bilico tra autorialità e picchi di delirio assoluto degni del cinema marginale più sgangherato. Manco a dirlo, questa è la ragione principale per cui chi scrive apprezza il parto di Harrington, grande e ormai quasi dimenticato regista di "cinema del terrore" relegato nei gironi infimi del genere di consumo (un peccato imperdonabile per i critici da salotto) per via de Il Cane Infernale (Devil Dog: The Hound of Hell, 1978), solido Tv Movie, assolutamente consigliato agli appassionati di horror, che tuttavia non dovrebbe essere considerato quale testamento registico del cineasta losangelino, capace di offrire al pubblico capolavori cupi e disperati come The Killing Kind (1973) con John Savage e Cindy Williams.

Dopo questo cappellone (nel senso introduttivo) arriviamo finalmente alla ciccia, ovvero le manomissioni operate da Steve Krantz (vedere l'affaire Fritz The Cat) cominciando dal finale posticcio appiccicato alla pellicola per doppiare il finalone depalmiano di Carrie (1976) e la versione realizzata per la Tv con materiale aggiuntivo realizzato (così come l'epilogo) da Stephanie Rothman in persona (secondo la leggenda), che eliminava tutte le scene violente per dare più spazio a personaggi secondari come Lila June  e lo sceriffo, senza contare un subplot "investigativo" dedicato al Dr. Keller (Roger Davis), il medico incaricato di risolvere il "caso" della presunta possessione di Leslie. 

Come da copione, Harrington odiò questa versione non autorizzata, tanto da imporre lo pseudo Alan/Allen Smithee, amareggiato dalla sostituzione del finale originale con un "jumpscare" da quattro soldi, che rovinò il tono crepuscolare della storia. A dirla tutta, il finale alternativo non distrugge completamente la visione di Ruby, aggiungendo una coda di pura exploitation che, pur rozza e girata con un'attrice che chiaramente non è Piper Laurie, sigilla una pellicola comunque concepita per lo sfruttamento commerciale e destinata per forza di cose a generare scomodi paragoni con i capolavori ai quali si "ispira", tutto vero, anche se il nucleo del cinema di Curtis Harrington, ovvero individui con gravi disturbi psichiatrici rinchiusi nel loro piccolo "giardino delle torture", rimane forte e pulsante come in How Awful About Allan (1970), Whoever Slew Auntie Roo? (1971) e What's the Matter with Helen? (1970).

Il recente combo Dvd/Blu-ray della VCI, Region A, 1.85:1, non fa miracoli rispetto al Dvd (sempre VCI) del 2001, ma offre una gradita rimpatriata con i bei faccioni di Stuart Whitman, Eddy Donno, Jack Perkins e il vecchio Fred Kohler Jr., nonché una bella mole di extra, tra cui diverse interviste con Harrington, contributi critici di David Del Valle e Nathaniel Bell, più il commento audio (già nel Dvd) del regista con Piper Laurie, nonostante qualche pecca nel reparto tecnico. Penso che possa bastare.

Originariamente pubblicato su "L'Osceno Desiderio" il giorno 08/12/2018.