mercoledì 1 aprile 2026

Savage Harvest (1981)

 


Ottimo eco-vengeance con felini scatenati contro Tom Skerritt e Michelle Phillips!

E' proprio il caso di parlare di "roaring eighties", perché in questo dimenticato Savage Harvest, i leoni, veri, ruggiscono sul serio. Altro che CGI. Una didascalia all'inizio della pellicola avvisa il pubblico che i fatti narrati si ispirano a vicende realmente avvenute. A causa della siccità i leoni si spingono ad attaccare i villaggi africani e pure la villa di una famiglia americana di stanza in Kenya, assediata dalle bestie affamate.

Dirige il vecchio Robert L. Collins, regista prettamente televisivo (La Scelta/Walk Proud, 1979 con Robbie Benson e Pepe Serna e una valanga di regie televisive da Marcus Welby a Sulle Strade della California) e si vede,  tuttavia in grado di confezionare un dignitosissimo animal attack capace di rimanere nella memoria del cinefilo e appassionato, senza essere un capolavoro o un caposaldo del genere.

Tolto l'incipit, veramente incisivo nel creare un senso di morte e desolazione grazie a sequenze documentaristiche sottolineate dall'ottima partitura di Robert Folk, i primi trenta minuti sono di puro mestiere, con la presentazione dei protagonisti Tom Skerritt e Michelle Phillips (proprio lei, ex The Mamas & The Papas e moglie di John Phillips) con contorno di figli e amici. Dopo i leoni attaccano e, per un amante dell'eco-vengeance, vedere i felini che attaccano e sbranano i poveri esseri umani, assediati, impauriti, soggiogati dalla bestie, è sempre spettacolo degno di tale nome. Grande lavoro da parte di addestratori e stuntmen (magnifico il primo assalto alla governante della magione) e leoni, leonesse, pantere protagonisti assoluti della pellicola tutta. Collins da buon artigiano televisivo (1 giugno 1930-21 ottobre 2011) non la butta sul blood & gore, anzi di sangue non è che se ne veda molto, e preferisce concentrarsi sulle reazioni degli assediati concedendo qualche sequenza ad effetto fino allo scioglimento della vicenda. 

In questo senso molto efficace risulta la scena in cui la famiglia si riunisce intorno a Michelle Phillips che strimpella al piano "All You Need Is Love" e "I Want To Hold Your Hand", nel tentativo, invero demenziale, di ritrovare la calma e la stabilità dopo il furioso attacco dei leoni; dopo le lacrime e le urla, a poco a poco tutti gli assediati cominciano a cantare, sicuri che ad un gruppo di americani in terra straniera non possa assolutamente accadere niente di brutto fino a che non si ritrovano un enorme leone in salotto.

La rilettura in salsa animal attack del cinema d'assedio, pur non avendo la potenza del cinema carpenteriano e romeriano, senza contare le influenze western (si veda il lancio del fucile tra Skerrit e Shawn Stevens), è comunque godibile e spettacolare, potendo contare sul realismo delle sequenze e delle reazioni degli attori, circondati da bestie vere e non da pupazzi, per cui il livello esploitativo del film di Collins è ancora piuttosto alto, specialmente nel concitato finale con i felini che irrompono nella villa e circondano la gabbia di fortuna in cui si sono rifugiati i protagonisti. Sequenza che ancora riesce ad inquietare proprio per la ferocia con la quale gli animali si ammassano davanti all'entrata della magione quasi a voler "sfrattare" i poveri, ormai ex-inquilini. Non è poco.

Certo la visione della slavatissima VHS giapponese non aiuta certo la fruizione del prodotto di Collins,  penalizzando la fotografia del buon Ronnie Taylor, ma godiamo di quello che abbiamo, poiché Savage Harvest non ha ancora goduto di una degna edizione digitale (bootleg a parte) e in video circolò molto poco solo in UK e nell'edizione Warner Home Video giapponese (per problemi riguardanti i diritti sulle canzoni dei Beatles) dopo una fugace apparizione nelle sale cinematografiche di Los Angeles. Consigliatissimo, comunque, in double bill con Roar (1981) di Noel Marshall, che ha goduto invece di una versione in Dvd e Blu-ray, senza contare dei caposaldi del genere come Future Animals (1977) dello specialista William Girdler e il mitico Il Branco (1978) di Robert Clouse con Joe Don Baker. La giovane Tara Helfner, nel ruolo di Kristie, la giovane figlia di Skerrit nel film, è la figlia del produttore, sceneggiatore e pure addestratore Ralph Helfer.

Originariamente pubblicato su "Le Recensioni di Robydick" il 18/03/2012.


giovedì 13 novembre 2025

Liberi Armati Pericolosi (1976)

 


Sottovalutato poliziottesco di Guerrieri con Eleonora Giorgi e Tomas Milian.

Atipico poliziottesco diretto da Romolo Girolami Guerrieri, fratello di Marino e zio di Enzo G. Castellari, su sceneggiatura di Fernando Di Leo e Nico Ducci. Atipico perché lontano dalla formula "commissario di ferro contro il crimine", o meglio, il commissario interpretato da Tomas Milian rimane una figura sì importante nell'economia del racconto, ma a latere rispetto all'impianto action, essendo, i protagonisti principali, tre ragazzi della Milano borghese che rapinano e uccidono senza porsi nessun quesito sulla moralità delle loro azioni.

Tre personaggi caratterialmente diversi, il Biondo (Stefano Patrizi), Luis (Max Delys) e Giò (Benjamin Lev), che attraversano la Milano anni settanta con armi in pugno e nessuno scrupolo nell'eliminare il prossimo, che siano vittime innocenti o complici, vedi la sparatoria durante la rapina al supermercato, con gli altri membri della banda massacrati  senza alcuna pietà (compare anche un giovanissimo e sbarbato Diego Abatantuono, nel ruolo di Lucio, un destrorso con la mania delle armi automatiche).

Film non particolarmente amato, ma da non disprezzare o sottovalutare a priori, non solo per la sicura regia di Girolami/Guerrieri ma anche per la sceneggiatura dell'amato Di Leo, implacabile nel rimarcare, per tutto il metraggio, l'inerzia e la totale incompetenza della polizia, incapace di fermare il trio, nonostante più volte abbia la possibilità di arrestare i ragazzi. Anzi, fin dall'inizio il commissario è al corrente di tutta quanta la situazione, grazie alla soffiata di Lea (Eleonora Giorgi), fidanzata di Luis, che verrà poi coinvolta nella fuga del gruppo. Certo, il finale è facilmente prevedibile visto che la pellicola è una lenta discesa verso la morte dei tre, non particolarmente simpatici o carismatici (forse il personaggio più "forte" e consapevole è proprio la Giorgi), i quali lasciatisi alle spalle una carneficina assurda, non possono che crepare, non per mano della polizia, ma suicidandosi e finendo sbranati da un cane sfuggito all'unità cinofila.

Puro cinismo targato Di Leo, che strutturò la sceneggiatura sul racconto Bravi ragazzi bang bang di Giorgio Scerbanenco, tratto da Milano Calibro 9 in origine materiale per un film intitolato Spara, ragazzo, spara, portato sullo schermo da Romolo Guerrieri, un regista molto apprezzato da chi scrive nel mucchio selvaggio di cinematografari attivi durante gli anni sessanta, settanta e ottanta. Da citare, in particolare, Un Detective (1969), l'ottimo spaghetti-western 10.000 dollari per un Massacro (1967) con Gianni Garko e Claudio Camaso, Un Uomo, Una Città (1974) con l'accoppiata Enrico Maria Salerno/Luciano Salce, consigliatissimo, e pure questo Liberi Armati Pericolosi merita una visione, vuoi per l'approccio inusuale con cui si affronta il genere, comunque in grado di offrire sparatorie e inseguimenti automobilistici ottimamente girati, vuoi per l'atmosfera cimiteriale che si respira fino al finale, con Luis che si lancia con la macchina dal ponte, uccidendo di fatto il Biondo e uccidendosi, mettendo fine ad un rapporto di amore/odio/morte dai risvolti, forse, omosessuali, come suggerito da Lea, la prima a capire realmente come vanno le cose. Grande l'espressione sgomenta e sconfitta di Milian che osserva, impotente, da lontano, l'incidente automobilistico, come del resto, impotente e spettatore dell'escalation di violenze, lo è stato per tutto il film.

Prova dignitosa da parte del cast di giovani protagonisti (Stefano "il Biondo" Patrizi, fu pure lo stupratore nel lenziano Roma A Mano Armata, 1976, molto attivo durante la decade in questione), con la Giorgi notevole che non rinuncia ad una scena di pura sexploitation,  durante la scena con l'elicottero. Colonna sonora di Gianfranco Plenizio ed Enrico Pieranunzi, che rinuncia a groove settanteschi per una partitura più intimista e atipica rispetto a produzioni coeve. La Milano da bere protagonista assoluta, splendidamente fotografata dal grande Enrico Menczer, che volete di più. Ci sono pure Maria Rosaria Riuzzi da Sorbole che Romagnola di Alfredo Rizzo e la splendida Gloria "Baila Guapa" Piedimonte che partecipò a John Travolto... da un insolito destino (1979) di Neri Parenti. Consigliato. Nel senso del film di Guerrieri, ma recuperate pure quell'altro.
Buona visione.

In calce una rece del Morandini:

E’ un film che fa rabbia. Come Castellari, Dallamano, Martino, Infascelli, Caiano, Grieco, Massi, Lenzi, Di Leo e tanti altri, Romolo Guerrieri è un regista di cinema d’azione che s’è cimentato più d’una volta nel genere poliziesco, uno dei più sgangherati, efferati e reazionari del cinema italiano di consumo. Non è dei peggiori, e lo dimostra anche qui a livello tecnico: c’è un mestiere innegabile nelle sequenze d’inseguimento, una certa cura nella direzione degli attori e persino un gusto del paesaggio come si può vedere nell’ultima parte del film... Ma la sceneggiatura è di un imbecillità così proterva, di una inverosomiglianza così ostentata, di una ricerca della violenza così esasperata e gratuita da risultare vergognosa nel suo disprezzo per l’intelligenza del pubblico.

Originariamente pubblicato il 04/12/ 2011 su "Le Recensioni di Robydick".


martedì 25 giugno 2024

Piranha 3DD (2012)


Strippers e pesci assassini!

Il cinema di John Gulager è puro cinema d'avanzi, proprio come recita il secondo capitolo della trilogia di Feast, appunto Sloppy Seconds. Ricicla, impasta, rifrigge gli ingredienti dei suoi film precedenti, in questo caso il remake a cura di Alexandre Aja, e come nel menù di mezzogiorno di qualsivoglia hostaria/trattoria che si rispetti propone una "pasta pasticciata" che potrà risultare indigesta per alcuni e saporita per altri.

Come e più del film precedente, tette, culi e fighe dominano la scena. Ma non si scopa. Mai. E quando si chiava deve per forza succedere qualche cosa di brutto. La chiave di volta (perdonate l'espressione) per comprendere l'operazione è appunto la scena centrale del film in cui la bella Shelby (Katrina Bowden, molto figa) è sdraiata sul letto, ovviamente in lingerie bianca. E' triste e spaventata perché sa che i terribili piranhas che l'anno prima avevano combinato quel gran casino al Lake Victoria, sono ancora vivi e sembrano intenzionati a marcare con il sangue l'apertura di un nuovo parco acquatico "a tema", nel senso che il vecchio David Koechner ha adibito una sezione del parco a vero e proprio bordello con tanto di strippers ucraine e telecamere "inguinali" strategicamente piazzate sulle scalette della piscina. Bene. Bisogna pure dire che la bella Shelby ha già avuto un "incontro ravvicinato" con i pesciolini, mentre si faceva un bagno di mezzanotte con il proprio ganzo. Sta male, Shelby, vomita, è paranoica perché non vuole morire e, soprattutto, non vuole morire vergine. Quindi, tra le lacrime, prega il suo fidanzato di deflorarla. Con tanto di inquadratura sulla passera di Shelby, nascosta dalla biancheria intima immacolata. Tutto vero. Quando i due cominciano a darci dentro alla grande, ecco che qualcosa comincia a muoversi sottopelle, nella zona pubica di Shelby. A questo punto il movimento pelvico di Josh (Jean-Luc Bilodeau) si interrompe improvvisamente. S'interrompe perché qualche cosa gli ha appena addentato il cazzo e quando si stacca si ritrova un piranha abbarbicato all'uccello.

Questo è il tenore dell'opera. Che sembra più un film straight-to video che un film da proiettare in sala. Soprattutto con l'arrivo di David Hasselhoff nel ruolo di David Hasselhoff, chiamato come guest-star celebrante l'apertura del parco, che ruba tutto quanto il secondo tempo, non lasciando spazio a nessuno degli anonimi del trecento che si agitano sullo schermo, Ving Rhames senza gambe e con le protesi/cannoni a parte. E a parte pure la Bowden deflorata dal pirahna e Danielle Panabaker, che ha 24 anni ma ne dimostra quindici. Dei piranhas gommosissimi e farlocchi e del 3D da terzo mondo non può più fregare niente a nessuno. Gulager gioca pure contro se stesso. Un suicidio commerciale che profuma di Troma, talmente "indecente" da essere quasi sublime  per come cannibalizza il remake di Aja, che a sua volta cannibalizzava il film di Joe Dante.

Chi ne abbia voglia, si sieda a tavola e faccia l'ordinazione. Ci sono pure Gary Busey e Clu Gulager (il padre del regista) che fanno saltare in aria una vacca morta e flatulenta. Consigliatissimo. Il film dura solamente un'ora e dieci, più dieci minuti di bloopers, cazzate varie e David Hasselhoff  con tridente starring in Fish Hunter. Mè cojoni.



Originariamente pubblicato l'8 giugno 2012.

sabato 18 maggio 2024

Brawl in Cell Block 99 (2017)

 


Grande carcerario con Vince Vaughn e Don Johnson.


C'è un nuovo sceriffo in città e il suo nome non è Reggie Hammond ma S. Craig Zahler, un figlio di puttana dal grande talento che non ha paura di sporcarsi le mani con storie truci e violente direttamente riconducibili ad un animale braccato e in via di estinzione, ovvero il cinema di (quasi) puro genere, certo non privo di contaminazioni, ma lontanissimo da insopportabili destrutturazioni o tentativi di elevare la materia nei ranghi del cinema arty, così tanto per lavarsi la coscienza.

Sul suo esordio, il weird western Bone Tomahawk si è scritto tutto e il contrario di tutto, per cui meglio non aggiungere un trombone all'orchestra, questo Brawl in Cell Block 99 è un film carcerario di rara potenza e drammaticità che ho apprezzato fin dalle prime inquadrature, dichiarandogli poi amore incondizionato allo scorrere dei titoli di coda. Bradley (non Brad, occhio)  Thomas è un duro di quelli da lasciare in pace, uno che è meglio non fare incazzare. Fin qui, tutto bene. Si dà il caso che sia pure il corriere di un grosso spacciatore in procinto di mettersi in affari con il Cartello, ma durante una consegna va tutto a puttane e Bradley finisce in galera, lasciando sola la moglie incinta. Quello che segue è un classico racconto di vendetta che Zahler conduce con mano che più sicura non si può, sbattendosene allegramente le palle di plausibilità e senza alcuna paura nell'utilizzare effetti prostetici quando si tratta di sfondare teste e sfigurare carcerati.  

Vince Vaughn è il centro focale del film, una macchina da guerra inarrestabile pronta a prendere a calci in culo tutti quelli che gli sbarrano la strada, un grizzly umano che è davvero valore aggiunto ad un racconto tanto semplice quanto efficace nel mettere in scena una storia già vista e sentita fino allo sfinimento; si vede che Zahler è prima di tutto un romanziere, per cui costruisce il suo castello non con la sabbia ma con il cemento armato, prendendosi i tempi giusti senza soffocare lo spettatore con un montaggio ipercinetico, mantenendo il controllo soprattutto durante le scene di combattimento e lasciando il magnifico Bradley Thomas di Vaughn quasi sempre al centro dell'attenzione, potendo contare pure su un cast in grande spolvero, con l'untuoso Udo Kier, la bravissima Jennifer Carpenter nel ruolo della moglie di Vaughn e un grande, grande Don Johnson armato di cigarillo nei panni del Direttore Tuggs, un bastardo se possibile ancora più freddo e cinico dello stesso Thomas. 

Una festa per gli appassionati di certo cinema che fa rima con Siegel, Hill, Eastwood, Friedkin, William Witney,  in parte Lumet e tutto quello che si può desiderare da un film che si intitola Brawl in Cell Block 99. Zahler non spara mica cazzate. Quasi un capolavoro, cazzo. INTERPRETI: Vince Vaughn, Jennifer Carpenter, Don Johnson, Udo Kier, Marc Blucas, Willie C. Carpenter, Mustafa Shakir.

Originariamente pubblicato su L'Osceno Desiderio il 29 ottobre 2017.

29 ottobre 2017 (c) Belushi

giovedì 8 febbraio 2024

Quiet Cool (1986)


Dritto dritto dagli anni ottanta arriva questo Quiet Cool, pellicola non molto conosciuta ma non per questo meno esploitativa. Anzi, gli amanti dell'action ottantesco lo conosceranno senza meno. Chi scrive lo ricorda con molto piacere, non guilty, ma puro piacere derivante da una messa in scena con tanta voglia di western (vi ricordate pure Malone (1987) di Harley Cokeliss con Burt Reynolds e Cliff Robertson) e grande lavoro da parte degli stunmen, senza CGI a rompere le palle.

James Remar, proprio lui, il mitico Ganz di 48 Ore (tra le altre tantissime interpretazioni of course, da Cruising al sodalizio con Walter Hill), interpreta un poliziotto in quel di New York, tale Joe Dylanne, uno che ama cavalcare la motocicletta pure nel cesso, infatti lo vediamo arrestare uno scippatore su pattini giusto all'inizio, con inseguimento per le strade della Grande Mela e giù per la subway, ma non è questa la storia principale. Infatti il film prende le mosse da un vero e proprio massacro compiuto da una banda di bastardissimi coltivatori e spacciatori di marijuana, guidati da Nick Cassavetes, che fanno fuori un pericoloso testimone e anche una famigliola di hippies che si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato. Gli spacciatori (in formazione da fumetto, con immancabile albino freddo e spietato e anche il vecchio Chris Mulkey di Rambo) ammazzano senza pietà il padre, la madre e tentano di chiudere la bocca pure al giovane Joshua Greer (Adam Coleman Howard, poi in Schiavi di New York di James Ivory); lo trascinano legato ad una corda con una motocicletta per poi gettarlo da un dirupo, ma il bastardello non muore. La sorella Kathy (Daphne Ashbrook, sorella di Dana, il Bobby di Twin Peaks, molto figa) chiama preoccupata il suo ex, naturalmente Joe lo sbirro, per chiedergli di investigare sulla sparizione della famiglia. Il vecchio Joe non se lo lascia dire due volte e parte per la California (si girò all'Henry Cowell Redwoods State Park, Fenton CA), dove troverà pane e formaggio per i suoi denti.

Produzione New Line Cinema targata Robert Shaye  (cameo nel ruolo di un meccanico) che mantiene tutto quello che promette, pestaggi, omicidi, sparatorie e grandi performances degli stuntmen che non si risparmiano in evoluzioni motociclistiche e cadute spettacolari (grandi tutti gli inseguimenti nel bosco e, soprattutto, l'attacco alla casupola con il tronco d'albero trascinato dalla jeep), valore aggiunto ad una pellicola semplice e godibile, condotta con mano sicura da Borris (tipo strano, di origini canadesi, che esordì con un film autobigrafico Alligator Shoes per poi finire nel girone televisivo) autore di un solido b-movie ottantesco con tutti i luoghi comuni e le ingenuità del genere al loro posto. Tutto ciò potrebbe sembrare un male ma, a conti fatti, non lo è. Il pistolero solitario che arriva nel borgo per salvare la fanciulla in pericolo sarà sempre la solita vecchia storia trita e ritrita, ma funziona, soprattutto se servita con un certo gusto per la citazione western. Il finale, in questo caso, è tutto un programma con l'arrivo dei due eroi/sopravvissuti nel centro della cittadina con armi i pugno e i cattivi che li aspettano per la resa dei conti. Una dichiarazione di intenti, vera e propria, a cui il sottoscritto non può resistere. C'è poco altro da aggiungere. Cassavetes di nero vestito, non pronuncia quasi parola, ma va bene così. Ci sono pure la vecchia Fran Ryan e Jared Martin, che fu il protagonista de I Guerrieri dell'anno 2072 (1984) e di Aenigma (1987) di Lucio Fulci, senza contare una valanga di apparizioni nei serial TV statunitensi, da Dallas a Mike Hammer e altri millanta titoli. Consigliatissimo. Musiche con tastiere e fiati molto eighties dello specialista Jay Ferguson (ex-membro dei mitici Spirit di Randy California, R.I.P) con Joe Lamont che canta la title-track Quiet Cool sui titoli di coda. Dvd della Image Entertainment, NTSC, Region 1, ratio 1.78:1, Dolby Digital 1.0 del 2006.

giovedì 18 gennaio 2024

VICE SQUAD (1982)


 Grandissimo poliziesco del grande e troppo sottovalutato Gary Sherman.

Volete mettere il titolo della distribuzione italiana con il pur efficace VICE SQUAD? Niente da fare, nun se batte. E non si batte neanche il film, che è uno tra i più brutali e sincopati polizieschi made in USA realizzati negli anni ottanta.

Merito del regista Gary A. Sherman, uno abituato a girare horror (Non prendete quel metrò/Raw Meat [1973] con Donald Pleasence e Morti e sepolti/Dead and Buried [1981] bellissimo, ma che ve lo dico a fare) che possiede la mano giusta per affrontare il genere noir/poliziesco senza indugi o timidezze da scolaretto. Anzi. Il grande Wings Hauser farà passare una notte tragica al povero poliziotto Gary Swanson ma soprattutto alla sfortunata prostituta Princess (Season Hubley, ex-moglie di Kurt Russell, quella che viene trascinata nelle fogne in 1997 Fuga da New York).

Sherman dispensa a piene mani dosi di violenza e sadismo e va oltre gli steccati del "genere" scatenando un sublime villain psicopatico come il Ramrod di Hauser (carriera sterminata tra cinema e televisione, protagonista pure di un misconosciuto cult come Mutant/Night Shadow [1984] di Mark Rosnan che fu sostituito dal mitico John "Bud" Cardos), talmente cattivo, spietato e indistruttibile da far credere allo spettatore di essere stato scagliato in uno slasher violentissimo. Guardatelo quando colpito, investito, sparato ancora non muore.

Splendida fotografia notturna di John Alcott e atmosfera fumosa e malsana, di quelle possibili solo negli anni ottanta. Bellissimo, cultissimo, questo Vice Squad è merce rara per l'appassionato e amante di polizieschi americani , quelli veri, duri e puri. Da vedere e toccare con mano. Una grande firma Sherman, dopo arriveranno Wanted -Vivi o Morto (1986) con Rutger Hauer e Gene Simmons e lo sfortunato Poltergeist III (1988). Dvd della benemerita Starz/Anchor Bay del febbraio 2006 NTSC Region 1, 1.85:1. Consigliatissimo. Diverse scene della pellicola sono state editate nell'antologico Terror in the Aisles (1984) di Andrew J. Kuehn.

giovedì 7 dicembre 2023

3615 code Père Noël (1989)

 


Arriva Natale ed ecco un bel film per le feste! Quasi dimenticato.

Notte di Natale. Un bambino si ritrova da solo nella sua villa ultra-tecnologica in balia di uno psicopatico travestitosi da Santa Claus in cerca di vendetta.

Ecco un film (quasi) dimenticato. Questo 3615 Code Pére Noël (1989) di René Manzor è pellicola pregna di quelle contaminazioni di genere che fanno la felicità di appassionati e addetti ai lavori; un film cupo, claustrofobico, assolutamente non progettato come film natalizio per famiglie, o meglio, un film natalizio con un Babbo Natale veramente viscido e disturbante. Già basterebbe la scena dell’uccisione del cane per capire che non ci si trova davanti ad un innocuo giocattolo per bambini sbavanti e urlanti in cerca di emozioni disneyane. Il Patrick Floersheim del film di Manzor  è uno psicopatico in piena regola, subdolo e vendicativo, che si inserisce in un contesto idilliaco in cui il piccolo Alain Musy (alias Alain Lalanne, giovane prodigio che successivamente si dedicò ad una carriera nel campo degli effetti speciali visivi) è un rampollo di ricca famiglia con una smodata passione per i videogames, i modellini e Rambo. Se ne accorgerà il povero Santa Claus farlocco (magnifico quando si “sbianca” la barba con una bomboletta di neve spray) letteralmente soverchiato dal piccolo bastardo in tenuta stalloniana stile Rambo 2.

Il bravo Manzor si destreggia tra action ottantesco, thriller e horror carpenteriano, immergendo il tutto in una luce bluastra da acquario in cui i protagonisti della vicenda si inseguono come se fossero in una sorta di arcade vecchio stampo; l’unica cosa che conta durante il metraggio è il gioco tra vittima e carnefice, e Manzor è molto bravo ad invertire le parti, per cui il resto del cast risulta, a conti fatti, un poco stucchevole (Brigitte Fossey, su tutti) non inficiando, tuttavia, la riuscita della pellicola che è tesa, buia e scorretta al punto giusto.

Certo, il difetto maggiore è che sembra di trovarsi di fronte ad un episodio allungato di serial TV come Tales From The Crypt o Tales From The Darkside, ma è questione di lana caprina, anzi, è interessante notare come, un anno dopo, Hollywood proponesse una versione edulcorata dello stesso plot con il mega-successo Home Alone/Mamma, Ho Perso L’aereo scritto da John Hughes e diretto da Chris Columbus, cartoonesco, melenso e ligio ai doveri della commedia brillante, utilizzando l’apparentemente angelico Macaulay Culkin con capello biondo e occhio azzurro al posto del guerrafondaio bambino con fascia nera, cartucciera e armi alla mano, politicamente scorretto, ma molto più affascinante come protagonista dell’action/horror/videoclipparo con un anima di René Manzor.

Originariamente pubblicato il 24/12/2011 su Horror.it.